Il “business della diffamazione online”: provocare sui social, ottenere commenti offensivi e poi chiedere il risarcimento

Prima viene pubblicato da Influencer o personaggi noti un contenuto volutamente provocatorio, che ricevere migliaia di visualizzazioni, commenti ed interazioni.

Tra centinaia di reazioni, vengono individuati gli utenti che hanno utilizzato espressioni offensive, rintracciati tramite società specializzate e vengono inviate loro diffide con richieste di risarcimento anche per migliaia di euro.

È un fenomeno che il nostro Studio Legale, da sempre impegnato sulla diffamazione a mezzo social derivante da commenti offensivi o diffamatori, sta riscontrando sempre più spesso e che sta diventando un nuovo modo di monetizzare la presenza sui social da parte di sedicenti Influencer e personaggi di basso livello.

Questo meccanismo crea di fatto una doppia forma di monetizzazione dello stesso contenuto: prima attraverso l’engagement prodotto dalla provocazione e poi attraverso le richieste economiche formulate nei confronti di chi ha reagito in maniera offensiva.

Questo non significa, naturalmente, che insultare qualcuno su Facebook, Instagram o TikTok sia lecito.

Non lo è.

Ma neppure può valere il principio opposto secondo cui qualsiasi commento critico, sgradevole o posto negli stessi modi in cui la discussione è stata avviata, consenta automaticamente di inviare una richiesta di migliaia di euro e trasformarla in un credito certo.

Ed è proprio su questo confine che occorre fare chiarezza.

Come funziona il “business della diffamazione online”?

L’economia dei social network si fonda sull’attenzione.

Un contenuto che suscita indignazione, divide il pubblico o provoca deliberatamente chi lo guarda tende a produrre più reazioni.

Più reazioni significano più commenti. Più commenti possono significare maggiore diffusione. E una maggiore diffusione, soprattutto per influencer e creator professionali, può significare maggiore visibilità e maggiori opportunità di monetizzazione.

La dinamica può allora assumere una forma particolarmente controversa:

contenuto provocatorio → reazioni degli utenti → commenti → engagement → diffusione e monetizzazione → individuazione dei commenti offensivi → diffide → richieste di risarcimento.

Se la tutela della reputazione viene esercitata nei confronti di chi ha effettivamente commesso un illecito, naturalmente, non vi è nulla di anomalo.

Il problema nasce quando questo sistema diventa seriale e la richiesta risarcitoria sembra inserirsi stabilmente nel modello costruito intorno al contenuto provocatorio.

In questi casi è legittimo domandarsi dove finisca la tutela della reputazione e dove cominci una nuova forma di sfruttamento economico delle dinamiche social.

È una truffa?

No, è necessario utilizzare i termini corretti.

Definire questo fenomeno “business della diffamazione online” significa esprimere una valutazione critica sulla dinamica descritta.

Non significa sostenere che si tratti automaticamente di una truffa in senso penalistico.

Non possiamo dire infatti che ogni influencer che pubblichi contenuti provocatori e successivamente richieda il risarcimento agli autori dei commenti offensivi stia commettendo un illecito.

Questo meccanismo tuttavia, deve essere esaminato con particolare attenzione: se la provocazione genera il commento, il commento genera engagement e quello stesso commento viene successivamente utilizzato per formulare una richiesta economica, il contenuto rischia di produrre valore economico due volte.

Attenzione: la provocazione non autorizza a insultare!

Chi utilizza i social dovrebbe evitare un errore molto semplice: pensare che il comportamento provocatorio dell’altro renda lecita qualsiasi risposta.

Non è così, la legge italiana tutela infatti il diritto di critica ed il diritto di satira, è quindi ossibile criticare un influencer, contestarne le opinioni, anche con toni duri ed esprimendo un giudizio fortemente negativo.

Ma il confine tra critica lecita, diffamazione o ingiuria è molto sottile: criticare una persona e offenderla gratuitamente sono due cose differenti.

Un commento pubblicato online può avere conseguenze legali.

Se ricorrono i presupposti previsti dalla legge, la pubblicazione di espressioni lesive della reputazione attraverso un social network può integrare anche una forma aggravata di diffamazione.

Allo stesso modo, un’offesa rivolta direttamente alla persona interessata può essere considerata ingiuria ed assumere rilevanza civilistica anche quando non ricorrano gli elementi della diffamazione.

La prima regola è quindi semplice:

non regalare a nessuno un problema giuridico che poteva essere evitato scegliendo parole diverse.

Hai ricevuto una diffida per un commento sui social? Prima cosa: niente panico

Molte persone si rivolgono al nostro Studio dopo aver ricevuto una lettera nella quale vengono richiesti, ad esempio, 2.000, 3.000, 5.000 euro o somme ancora superiori per un singolo commento pubblicato online.

Il linguaggio utilizzato nelle lettere può essere molto severo. Si parla di diffamazione, danni alla reputazione, responsabilità civile, eventuali conseguenze penali e azioni giudiziarie.

La reazione immediata è spesso: “Mi hanno denunciato?”

Nella maggior parte dei casi la risposta è: no, avete solo ricevuto una diffida.

Cos’è realmente la lettera che hai ricevuto?

Una diffida con richiesta di risarcimento non è una sentenza, nè una condanna.

E non è automaticamente una denuncia o una querela.

È una comunicazione stragiudiziale con la quale una persona, normalmente attraverso il proprio avvocato, sostiene di aver subito un danno e chiede al destinatario di pagare una determinata somma.

Tradotta in parole semplici, significa:

“Ritengo che quello che hai scritto mi abbia danneggiato. Ti chiedo di pagarmi questa cifra. Se non lo fai, valuterò di portarti davanti a un giudice”.

La lettera contiene quindi una pretesa, che non è detto che sia automaticamente fondata.

Ed è proprio questa la distinzione che molte persone, preoccupate dalla richiesta di alte somme di denaro, non percepiscono immediatamente e spesso contattano l’altra parte accettando di pagare dopo un accordo transattivo.

“Mi chiedono 5.000 euro”: significa che devo pagarli?

NO. Il fatto che una diffida quantifichi il danno in 5.000 euro non dimostra che esista automaticamente un danno di 5.000 euro.

Quella cifra rappresenta la richiesta formulata dalla controparte.

La fondatezza e la quantificazione del risarcimento devono essere verificate, prima di tutto verificando se il commento contestato costituisca realmente un illecito.

E anche qualora vi sia stata un’espressione illecita, bisogna ancora stabilire quale danno abbia effettivamente prodotto.

Non esiste un tariffario automatico secondo il quale una determinata parola offensiva vale necessariamente 2.000, 5.000 o 10.000 euro.

Guida pratica: cosa fare quando ricevi una richiesta di risarcimento per un commento social?

1. Non pagare immediatamente

La presenza della carta intestata di uno Studio Legale non trasforma la richiesta della controparte in un debito già accertato.

Prima di pagare è necessario verificare se la pretesa sia fondata.

2. Non rispondere impulsivamente

Un altro errore frequente è contattare direttamente l’influencer o il suo avvocato per giustificarsi, scusarsi o spiegare quello che si voleva realmente dire o, peggio ancora, pagare quanto richiesto.

Una risposta scritta male può trasformarsi in una ammissione di responsabilità utilizzabile successivamente contro il destinatario della diffida.

3. Non cancellare tutto senza conservare le prove

Prima di eliminare commenti, messaggi o conversazioni è opportuno conservare screenshot e documentazione completa, conservando:

  • il post o il video originario;
  • il proprio commento;
  • i commenti precedenti e successivi;
  • eventuali risposte dell’influencer;
  • la data della pubblicazione;
  • il numero delle interazioni visibili;
  • l’intera conversazione;
  • la diffida ricevuta.

Il contesto può essere decisivo.

4. Verificare esattamente cosa è stato scritto

Non ogni critica è diffamazione.

Non ogni espressione sgradevole è necessariamente illecita.

Occorre distinguere tra critica, sarcasmo, giudizio, insulto e attribuzione di fatti potenzialmente lesivi della reputazione.

La valutazione non può essere effettuata semplicemente individuando la parola più aggressiva contenuta nel commento.

5. Esaminare il contenuto provocatorio originario

Se la frase contestata è nata in risposta a un video o a un post deliberatamente provocatorio, anche questo elemento ha il suo peso e deve essere analizzato.

La provocazione non rende automaticamente lecita un’offesa, ma il contesto nel quale si sviluppa una conversazione non può essere cancellato dalla valutazione complessiva della vicenda.

Questo è ancora più importante quando lo stesso contenuto ha determinato centinaia di reazioni e numerosi utenti hanno ricevuto richieste risarcitorie analoghe.

6. Verificare il danno realmente prodotto

Una richiesta risarcitoria deve essere valutata anche sotto il profilo del danno.

Possono assumere rilievo:

  • il numero di persone raggiunte dal commento;
  • il tempo durante il quale è rimasto pubblicato;
  • la sua posizione all’interno della discussione;
  • l’eventuale successiva eliminazione;
  • la notorietà della persona interessata;
  • la gravità concreta delle espressioni;
  • le conseguenze effettivamente prodotte;
  • gli elementi utilizzati dalla controparte per dimostrare il pregiudizio subito.

La lesione della reputazione e la quantificazione economica del danno non possono essere semplicemente date per scontate perché sono scritte in una diffida.

7. Verificare se esiste realmente una querela

La diffida può contenere riferimenti a possibili conseguenze penali.

Questo non significa che una querela sia stata effettivamente presentata.

Sono due cose diverse.

Una cosa è chiedere stragiudizialmente il pagamento di una somma.

Un’altra è avviare un procedimento penale.

È quindi importante comprendere quale iniziativa sia stata effettivamente intrapresa dalla controparte.

Diffamazione e ingiuria non sono la stessa cosa

La distinzione giuridica è importante.

La diffamazione, disciplinata dall’art. 595 c.p., richiede la comunicazione dell’offesa alla reputazione a più persone in assenza dell’interessato.

Quando viene utilizzato un social network, come Facebook, Instagram o Tik Tok, la capacità del messaggio di raggiungere un numero elevato di persone può determinare l’applicazione della forma aggravata mediante mezzo di pubblicità.

Differente è l’offesa rivolta direttamente alla persona. In quel caso si tratta di ingiuria, che non costituisce più un autonomo reato dal 2016, ma l’offesa può continuare ad assumere rilievo sul piano civile.

Nei social network, tuttavia, stabilire quale situazione ricorra concretamente può non essere immediato.

Commenti, risposte dirette, tag, dirette streaming e conversazioni alle quali partecipa anche la persona interessata devono essere analizzati singolarmente.

Il punto critico: tutelare la reputazione non può diventare un automatismo economico

La reputazione deve essere tutelata. Su questo non vi è discussione.

Ma esiste una differenza tra chiedere il risarcimento per una concreta lesione della propria reputazione e considerare qualsiasi commento offensivo un credito automaticamente monetizzabile.

La questione diventa ancora più delicata quando le richieste vengono formulate in maniera seriale nei confronti di numerosi utenti che hanno reagito allo stesso contenuto provocatorio, volutamente creato per generare un vero e proprio “business della diffamazione online”.

Ogni pretesa deve essere dimostrata e ogni singolo caso deve essere valutato concretamente.

Non c’è alcun automatismo tra una frase offensiva e una richiesta standardizzata di migliaia di euro.

Come difendersi da una diffida per diffamazione sui social?

Lo Studio Legale dell’Avv. Andrea Centi assiste frequentemente persone che ricevono richieste risarcitorie per commenti pubblicati su Facebook, Instagram, TikTok e altre piattaforme, avendo maturato specifica esperienza nella valutazione e nella difesa di contestazioni relative a:

  • diffamazione aggravata attraverso social network,
  • lesione dell’onore e della reputazione,
  • ingiuria e richieste di risarcimento derivanti da commenti e contenuti pubblicati online.

L’esame della vicenda non si limita alla frase indicata nella lettera della controparte, occorre prima analizzare:

  • la diffida ricevuta;
  • il commento contestato;
  • il contenuto originario;
  • l’intera conversazione;
  • il contesto nel quale il commento è stato pubblicato;
  • l’effettiva diffusione;
  • la configurabilità della diffamazione o di un illecito civile;
  • la prova del danno;
  • la congruità della somma richiesta.

Sulla base di questi elementi è possibile valutare se contestare integralmente la richiesta, contestarne la quantificazione, formulare una risposta alla controparte o individuare un’eventuale soluzione transattiva quando effettivamente conveniente.

Hai ricevuto una richiesta di pagamento per un commento online?

La regola principale è semplice:

non confondere una richiesta di pagamento con un obbligo di pagamento.

Se hai ricevuto una lettera con la quale un influencer, un creator o qualsiasi altro soggetto ti chiede migliaia di euro per un commento pubblicato sui social, quella richiesta deve essere esaminata prima di decidere come comportarsi.

Non ignorarla, ma non pagarla automaticamente.

Lo Studio Legale dell’Avv. Andrea Centi, con sedi a Roma e Fiumicino, presta assistenza anche da remoto su tutto il territorio nazionale per la valutazione e la difesa dalle richieste risarcitorie derivanti da commenti, post e contenuti pubblicati sui social network.

Tuteliamo anche chi viene realmente diffamato o offeso sui social

L’attenzione alle dinamiche dei social network vale naturalmente anche nella direzione opposta. Il nostro Studio assiste infatti anche chi sia stato realmente diffamato, insultato o leso nella propria reputazione attraverso Facebook, Instagram, TikTok, gruppi, pagine, commenti o altri strumenti di comunicazione online.

Quando il contenuto supera i limiti della critica legittima e incide concretamente sull’onore o sulla reputazione della persona, è possibile valutare gli strumenti più opportuni per ottenere la rimozione dei contenuti, interrompere la condotta, richiedere il risarcimento del danno e, quando ne ricorrano i presupposti, procedere anche sul piano penale.

Sul tema abbiamo dedicato uno specifico approfondimento, nel quale spieghiamo quando un commento o un contenuto online può diventare diffamatorio e quali strumenti di tutela sono disponibili per la persona offesa.

Leggi anche: Diffamazione sui social: cosa dice la legge e quando si commette reato

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